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RUSSARE LA NOTTE FAVORISCE LA CARIE

Russare o respirare a bocca aperta può far venire la carie? Recenti studi scientifici affermano che chi russa per buona parte della notte o respira a bocca aperta porta a un calo del pH del cavo orale che mette a rischio lo smalto e facilita la comparsa delle lesioni cariose. L’Accademia Italiana di Odontoiatria Conservativa e Restaurativa (AIC), sottolinea che il rischio è consistente soprattutto in chi soffre della cosiddetta sindrome delle apnee ostruttive notturne (OSAS), e che trascorre gran parte della notte respirando in modo incostante. Inoltre, il pericolo aumenta ancora di più se si parla dei bambini: il 15% dei più piccoli, di notte, passa l’80% del tempo respirando a bocca aperta per colpa di frequenti raffreddori e allergie. Continue reading “RUSSARE LA NOTTE FAVORISCE LA CARIE”

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Diabete tipo 1 e insulina: guai a separarli

Guai a sospendere l’insulina illudendosi  di ‘curare’ il diabete tipo 1 con una dieta: si rischia la morte!

E’ l’appello disperato dei diabetologi e delle associazioni di pazienti con diabete che scendono in campo contro coloro che affermano di poter curare il diabete tipo 1 con una dieta e una manciata di integratori.

E’ molto peggio delle fake news, una sciocchezza che può avere conseguenze tragiche

SE AVETE IL DIABETE TIPO 1, O SE UN VOSTRO CARO HA IL DIABETE TIPO 1 NON SOSPENDETE (E NON FATE SOSPENDERE) L’INSULINA PER SEGUIRE CURE ALTERNATIVE. IN POCHI GIORNI SI MORIREBBE DI CHETOACIDOSI DIABETICA.

E’ questo il messaggio, scritto volutamente a caratteri maiuscoli (ma bisognerebbe farlo a caratteri cubitali), che diabetologi e associazioni di pazienti con diabete in questi giorni stanno diffondendo sui social network e che si augurano venga ripreso a chiare lettere anche dai media tradizionali. Per evitare che ci scappi il morto, come purtroppo già successo in passato.

Le società scientifiche di diabetologia (SID, AMD SIEDP) e le associazioni dei pazienti con diabete (FAND, Diabete Forum, AGD ITALIA, ANIAD) scendono in campo per ribadire questo semplice ma vitale messaggio: l’unica terapia per il diabete tipo 1 è l’insulina. Sospenderla significa rischiare di andare incontro alla morte. In un Paese dove sembra a volte imperare la disinformazione scientifica, anche in un campo vitale (è il caso di ricordarlo) come quello delle scienze mediche, c’è anche chi, per evidenti interessi commerciali, può permettersi di promettere indisturbato di guarire le malattie più disparate, dall’Alzheimer, al diabete tipo 1, grazie ad una dieta miracolosa corredata da ‘integratori’ dal costo non irrilevante (ma questo è solo un dettaglio). Basta un microfono, una telecamera, un sito web e la fake news è servita.

Le società scientifiche di diabetologia e le associazioni delle persone con diabete hanno deciso di lanciare l’allarme contro questa deriva scientifica, che rischia di provocare danni seri alle persone, che magari in un momento di debolezza o di stanchezza (non infrequenti in chi è affetto da una patologia cronica), decidano di dar credito a personaggi televisivi, cedendo all’illusione di poter guarire il diabete tipo 1 con una dieta che promette di fare miracoli prolungando la vita.

Diabetologi e associazioni di pazienti si augurano inoltre che al più presto le istituzioni sanitarie e le autorità competenti intervengano nei confronti di questi personaggi televisivi, per evitare che qualche persona con diabete possa riportare serie conseguenze, seguendo i loro consigli, infarciti di concetti pseudo-scientifici ‘orecchiati’ qua e là ed enunciati come verità assolute. L’unica verità scientifica è che abbandonare l’insulina, con l’illusione che il diabete tipo 1 possa essere ‘curato’ con una dieta e da una manciata di integratori, può portare a gravi conseguenze, fino alla morte.

E nel frattempo vale la pena ricordare che:

  • Il diabete tipo 1 è una malattia autoimmune che porta alla distruzione delle cellule del pancreas produttrici di insulina. L’unica terapia possibile è dunque quella di sostituirsi alla natura, somministrando dall’esterno l’insulina che il corpo non è più in grado di produrre.

  • Mentre è possibile tentare di prevenire il diabete tipo 2, molto spesso legato a cattive abitudini di vita, all’obesità e alla sedentarietà, nulla si può fare per prevenire il diabete tipo 1, malattia legata come detto alla distruzione del pancreas dal parte del sistema immunitario (che riconosce come estranee e nemiche le cellule produttrici di insulina).

  • Non si sa cos’è che scateni il sistema immunitario contro le cellule beta pancreatiche; di certo c’è una ‘predisposizione’ legata ad alcuni geni particolari, ma non è stato individuato l’interruttore che fa scattare l’attacco; alcuni scienziati pensano possa trattarsi di un virus.

  • Come per altre malattie autoimmuni (ad esempio l’artrite reumatoide), anche nel caso del diabete tipo 1 si stanno sperimentando cure volte a frenare l’attacco del sistema immunitario contro il pancreas; ci sono molti studi in corso, ma per il momento l’unica terapia è rappresentata dall’INSULINA. E di certo nessuna dieta si è mai dimostrata in grado di arrestare questo ‘attacco’.

  • Eliminare i carboidrati (gli zuccheri) dalla dieta di una persona con diabete tipo 1 non serve a ‘guarirla’; i carboidrati sono il ‘carburante’ giusto per produrre l’energia di cui l’organismo ha bisogno; purtroppo resta nel sangue circolante (dove può accumularsi a livelli pericolosi) perché per entrare nelle cellule ha bisogno dell’insulina. Se manca l’insulina, le cellule avranno a disposizione poco zucchero e dovendo produrre energia, utilizzeranno ‘fonti energetiche’ alternative, come proteine e soprattutto i grassi; questo porta alla formazione e all’accumulo di prodotti di scarto, i corpi chetonici. Quando il livello di corpi chetonici nel sangue aumenta a dismisura, compare la condizione nota come ‘chetoacidosi’ che, se non corretta tempestivamente, può portare a morte. La somministrazione di insulina serve appunto ad evitare tutta questa reazione a catena, che può avere esiti fatali.

Dott. Domenico Mannino – Presidente AMD

Prof. Giorgio Sesti – Presidente SID

Prof. Stefano Cianfarani – Presidente SIEDP

Dott. Giovanni Lamenza – Presidente AGD Italia

Dott. Marcello Grussu – Presidente ANIAD

Dott. Stefano Nervo – Presidente Diabete Forum

Dott. Albino Bottazzo – Presidente FAND

DIVENTARE MAMMA · salute

I Vaccini da fare in gravidanza, proteggere la mamma per proteggere il bambino 

Gravidanza e Vaccini, da sempre convivono di pari passo anche se ancora troppe pochi gestanti sanno quanto sia importante per se stesse e sopratutto per il bambino che si porta nel grembo la vaccinazione. In Italia la percentuale di donne che si vaccinano in gravidanza è ancora troppo bassa, con rischi notevoli per il feto e il neonato, in quanto le  gestanti hanno più possibilità di contrarre malattie infettive rispetto alle loro coetanee non gravide. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, una donna su tre non sa se è protetta contro la rosolia e solo il 41% delle donne ha effettuato il vaccino, ma con grandi differenze tra il Nord e il Sud della Penisola.

Da anni ormai, l’ Organizzazione Mondiale della Sanità ha disposto la copertura col vaccino antinfluenzale per le donne nel II e III trimestre di gravidanza. Ma dal 2017, con i nuovi Lea c’è  una grande novità, la raccomandazione a tutte le gestanti, tra le 27 e le 36 settimane di gestazione, sull’immunizzazione dalla pertosse col vaccino trivalente (difterite-tetano-pertosse); questa è una decisione contenuta nel Piano di Prevenzione Vaccinale, pubblicato lo scorso febbraio. Io l’ho fatto recentemente intorno alla 32 settimana senza incorrere in nessun effetto collaterale, ho scelto di vaccinarmi perché ritengo essenziale proteggere il mio futuro neonato da una malattia potenzialmente per lui mortale. Purtroppo tra le mie colleghe “gravide” nessuna conosce questa vaccinazione né tantomeno si è vaccinata o è stata allertata sul problema dal suo ginecologo o medico. Troppa e’ ancora l’ignoranza sul tema.

Ci sono, poi, altre infezioni che, se contratte in gravidanza, possono recare conseguenze, sia per la donna che per il nascituro; non essere protetta contro la rosolia, il morbillo, la parotite (orecchioni), la varicella e l’influenza può essere pericoloso durante la gravidanza.

Il virus della rosolia, infatti, può causare aborti o malformazioni gravi del neonato (malformazione cardiaca, cecità, sordità, ritardo mentale), talvolta anche mortali. Il rischio è particolarmente elevato durante il primo trimestre della gravidanza.

Il morbillo presenta invece un rischio d’aborto spontaneo e di parto di un bambino nato morto o prematuro. Il morbillo non causa malformazioni fetali, ma può mettere in pericolo la vita della futura madre se provoca una polmonite o un‘encefalite.

La parotite può aumentare il rischio d’aborto spontaneo, mentre la varicella provoca nell’adulto e, particolarmente nella donna incinta, complicanze molto più frequenti che nel bambino quali polmonite, superinfezioni batteriche, meningite o encefalite; inoltre durante la prima metà della gravidanza, potrebbe causare delle malformazioni congenite con gravi lesioni della pelle, delle ossa, degli occhi e del cervello.

Infine l’influenza stagionale può comportare delle complicazioni respiratorie gravi, che possono condurre al ricovero in ospedale, soprattutto durante il secondo e terzo trimestre della gravidanza e il primo mese dopo il parto.

Vaccino anti-pertosse 

La pertosse è una malattia estremamente contagiosa, a seguito della quale non si instaura immunità permanente. Quando colpisce nei primi anni di vita, può essere molto grave, e nel primo anno è una delle cause più frequenti di morte, che nel 90% dei casi colpisce neonati fino a tre mesi di vita, (età in cui è possibile somministrare la prima dose di vaccino). Per ridurre l’incidenza dell’infezione nei primi mesi possono essere applicate due strategie. La prima è quella del “bozzolo”, che consiste nel vaccinare tutti coloro che sono a contatto col neonato, ma che ha dato risultati solo parziali. La strategia più adeguata è quella di vaccinare la madre durante la gestazione. Il vaccino non ha effetti collaterali e determina un’adeguata produzione di anticorpi che attraversano la placenta e proteggono il neonato.

La prevenzione delle malattie infettive col vaccino attraverso l’immunizzazione delle donne in gravidanza è una delle più grandi conquiste della sanità pubblica a livello mondiale.

La vaccinazione protegge la madre dall’infezione antepartum, migliora gli outcome della gravidanza e riduce gli esiti fetali, ma soprattutto fornisce immunità (passiva) ai neonati durante i primi vulnerabili sei mesi di vita.

I piccoli nati da madri con bassi livelli di anticorpi specifici presentano a loro volta una ridotta difesa anticorpale, che potrebbe non essere sufficiente per proteggerli contro le infezioni. I livelli anticorpali si riducono inoltre progressivamente dopo la nascita, delimitando la cosiddetta “finestra di vulnerabilità” che si estende fino ai 6 mesi e cioè fino a quando il neonato potrà completare le prime vaccinazioni.

In Italia sta lentamente crescendo negli operatori sanitari la consapevolezza dell’importanza di fornire alle madri e alle famiglie una corretta informazione sui vantaggi delle vaccinazioni in gravidanza contro influenza e pertosse, ma deve essere fatto un ulteriore sforzo da parte di tutti i medici di medicina generale, pediatri, ginecologi e ostetriche per supportare adeguatamente una pratica che ha dimostrato poter avere effetti significativamente positivi sulla salute dei neonati e dei lattanti.

Altro vaccino essenziale durante la gravidanza, e che provvederò a fare la prossima settimana è il vaccino anti influenzale.

Vaccino anti-influenzale 

Anche una banale influenza, se la donna non è vaccinata, può causare conseguenze gravi alla madre e al bambino. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), infatti, ritiene le gravide come il più importante tra i gruppi di rischio per i quali è indicata la vaccinazione anti-influenzale, e la raccomanda fortemente in ogni epoca di gravidanza.

La gestante ha un’alterata funzionalità del sistema immunitario e presenta modifiche del sistema cardiocircolatorio e respiratorio che ne aumentano il rischio, non solo di contrarre genericamente l’influenza, ma anche di sviluppare complicanze clinicamente importanti. Il deterioramento delle condizioni materne aumenta inoltre l’incidenza di prematurità e ritardo di crescita intrauterino, mentre la febbre sembra predisporre il feto a sviluppare con maggior frequenza cardiopatie congenite, difetti del tubo neurale e labiopalatoschisi. Infine il lattante, privo di anticorpi protettivi, può contrarre più facilmente forme influenzali anche gravi con maggior tasso di ospedalizzazione, a causa di disidratazione, polmonite e talvolta encefalopatia, e purtroppo anche di morte. La madre vaccinata in gravidanza è invece in grado di trasferire al bambino tassi anticorpali protettivi per tutti i primi sei mesi di vita.

Attualmente non è stato ancora approvato l’utilizzo nei neonati di età inferiore ai 6 mesi di un vaccino antinfluenzale in grado di produrre una efficace risposta immunologica. Questo gruppo di bambini, pertanto, rimane non protetto ed estremamente vulnerabile al rischio di sviluppare gravi malattie.
Gli studi promuovono le vaccinazioni 

Il progetto “Mother’s Gift” di Zaman e colleghi ha dimostrato una riduzione del 63% di influenza con diagnosi certa ed una riduzione del 29% di malattia febbrile nei neonati nati da madri vaccinate, rispetto a quelli nati da madri non vaccinate, con livelli anticorpali protettivi sempre più importanti fino a 20 settimane di vita. Il livello di anticorpi del neonato inoltre può variare anche rispetto al timing della profilassi materna: più alti se la vaccinazione è effettuata nel terzo trimestre di gravidanza rispetto a quella eseguita nel primo o secondo trimestre.


Vaccino anti Mprv 

Come indicato dal Piano Vaccinale, la Sin ribadisce che in previsione di una possibile gravidanza, le donne in età fertile devono assolutamente essere protette da morbillo-parotite- rosolia (MPR) e dalla varicella, dato l’elevato rischio per il nascituro di infezioni contratte durante la gravidanza, specie nelle prime settimane di gestazione, e immunizzate dalla pertosse con il vaccino trivalente (difterite-tetano- pertosse), che può essere somministrato anche tra la 27a e la 36a settimana di gestazione.
Sempre accesa rimane la questione sulla Rosolia, la cui prevenzione comincia in epoca pre-concezionale. Essa infatti è molto pericolosa per l’alto rischio di malformazioni fetali. Il vaccino MPR (morbillo-parotite-rosolia) non è però indicato nei 9 mesi di gravidanza, poiché composto dallo stesso virus vivo, sebbene attenuato. Tuttavia tutte le donne in età fertile e desiderose di prole dovrebbero eseguire il Rubeo-Test, che individua la presenza di anticorpi; se il risultato fosse negativo, sarebbe meglio vaccinarsi subito. Ma se il risultato è negativo nel corso della gestazione, è possibile per la neo mamma la vaccinazione immediata nel post-partum e prima della dimissione ospedaliera. La protezione vaccinale, e la stessa malattia già avuta precedentemente, offrono una protezione per tutta la vita.

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IL TUMORE ALLO STOMACO, UNA SFIDA DA VINCERE INSIEME

Il tumore allo stomaco, conosciuto anche come Tumore di Napoleone, figura all’ottavo posto tra gli uomini e al sesto tra le donne, con 13mila nuovi casi attesi nel 2017 in Italia e con una mortalità, ai 5 anni, del 31,8% . In occasione del mese di sensibilizzazione del tumore gastrico, l’Associazione pazienti “Vivere senza stomaco si può” ha organizzato il 2° Convegno “Tumore allo stomaco, una sfida da vincere insieme” al quale hanno partecipato partecipano clinici, studiosi, rappresentanti delle istituzioni tra cui Ministero della Salute e Regione Lazio e, naturalmente, pazienti e familiari per testimoniare la propria esperienza. 

“Il tumore allo stomaco, quando operabile, non offre moltissime possibilità di sopravvivenza. – afferma Claudia Santangelo, Presidente dell’Associazione pazienti – risulta quindi estremamente importante poter contare su una diagnosi precoce, sulla possibilità di essere presi in carico in Centri di eccellenza da un team multidisciplinare ed esperto e sull’ accesso alle migliori cure disponibili in modo uguale in tutta Italia. Inoltre è fondamentale una corretta alimentazione, sia in termini di prevenzione che di qualità di vita per i pazienti durante e dopo i trattamenti. Da non dimenticare infine l’importanza dell’indagine genetica per quelle famiglie colpite da più tumori gastrici (a partire da due) o che abbiano un componente con meno di 40 anni.”

 

Richieste non utopiche quelle dei pazienti, come dimostra il caso di Forlì, che detiene il primato della diagnosi precoce del tumore dello stomaco in Occidente. Dal 2000 al 2003 i tumori diagnosticati in fase iniziale andavano dall’8 al 18% di tutti i tumori operati. Già nel 2013 tale percentuale era salita al 36%. “ Tutto ciò – dichiara Luca Saragoni, Dirigente Medico U.O. Anatomia Patologica Ospedale G.B.Morgagni – L.Pierantoni – è stato reso possibile grazie al coinvolgimento dei medici di medicina generale, i quali, adeguatamente formati e sensibilizzati, anche in presenza di una sintomatologia blanda e, apparentemente aspecifica, indirizzano i pazienti alla endoscopia digestiva. Inoltre, l’esistenza in ospedale di un team multidisciplinare dedicato ed esperto garantisce ai pazienti un corretto inquadramento diagnostico-terapeutico, anche ai fini di trattamenti endoscopici mini-invasivi ad intento curativo.”

 

“La maggior parte dei cancri gastrici sono sporadici,- riferisce Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM – ma si stima che l’1-3% siano forme ereditarie, legate a varie alterazioni genetiche. Più recentemente è stata definita una rara forma di cancro gastrico diffuso ereditario, legata a mutazioni germinali del gene CDH1 che aumentano il rischio di sviluppare il carcinoma gastrico diffuso e nelle donne, il carcinoma lobulare della mammella. E’ possibile ricercare le mutazioni germinali del gene CDH1 attraverso un test genetico su sangue o su tessuto tumorale che viene effettuato dopo un’adeguata consulenza genetica. Identificare le mutazioni è fondamentale, perché permette di mettere in atto misure preventive volte a diminuire il rischio di insorgenza neoplastica: gli individui sani con mutazioni patogenetiche del gene CDH1 sono infatti candidati ad una gastrectomia totale profilattica. Si stima che nei portatori di mutazione CDH1, infatti, il rischio cumulativo di cancro gastrico diffuso, prima degli 80 anni d’età, sia del 70% per gli uomini e del 56% per le donne. Si stima inoltre che, nelle donne con mutazione CDH1, il rischio cumulativo di carcinoma lobulare della mammella prima degli 80 anni sia pari al 42%. E’ necessaria pertanto la condivisione di una gestione condivisa dei portatori di mutazioni germinali del gene CDH1 per identificare un’altra piccola fetta di tumori “prevenibili” con screening genetico.” Aggiunge Franco Roviello, Presidente GIRCG “A tutt’ oggi la firma ereditaria rappresenta una percentuale minima ( <1 %) dei pazienti affetti da questa neoplasia, pur trattandosi di un punto molto importante per comprendere i meccanismi che stanno alla base della malattia. La possibilità di ereditare una predisposizione al cancro dello stomaco rimane ancora una questione di nicchia… pochissimo diffusa tra i clinici.”

 


 

“Vivere senza stomaco si può” è un’associazione senza scopo di lucro, con sede a Ferrara, unica sul territorio nazionale, nata nel 2013. Si rivolge a chi ha subito una gastrectomia totale o parziale per cancro, ai parenti, familiari e amici delle persone colpite da tumore allo stomaco e cerca di dare risposta agli innumerevoli problemi che vengono quotidianamente evidenziati dal FORUM in essa contenuto, cuore pulsante dell’Associazione.

E’ federata Favo (federazione dei volontari oncologici) a livello nazionale membro a livello europeo di Ecpc (european cancer patient coalition).

L’intento dell’Associazione è di sensibilizzazione, informazione, divulgazione, prevenzione e sostegno pratico, umano e psicologico sulla patologia del tumore allo stomaco, spesso poco conosciuta dalla maggior parte delle persone. Desideriamo inoltre contribuire a sostenere la ricerca relativa a questo tipo di cancro.

 

CONTATTI:

Claudia Santangelo

Vivere senza stomaco si può

Phone: 3888812566 3393179830

Email: info@viveresenzastomaco.org

http://www.viveresenzastomaco.org

Facebook: cancro allo stomaco. Viveres enza stomaco si può

Oncoline “Questione di stomaci” Blog

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14 novembre Giornata Mondiale del Diabete 2017, tutto quello che c’è da sapere su gravidanza e bambini

Il diabete è una malattia subdola che colpisce 400 milioni di persone nel mondo; io purtroppo la conosco bene l’ho vista crescere in famiglia e sopratutto ora alla mia seconda gravidanza l’ho vista annidarsi dentro di me come una serpe in seno. 

E chi se lo sarebbe mai aspettato, io ho sempre creduto di avere la glicemia troppo bassa a causa dei mie continui cali di zucchero, invece intorno al 7 mese di gravidanza ho scoperto che così bassa non era. Il mondo in quel momento sembra caderti addosso, ma bisogna sapere che non si è soli, e che c’è molto che si può fare, anche se pochi lo sanno.

Il diabete è infatti una malattia crudele e infame, molto conosciuta nel nome ma poco nella vita reale, e per questo a volte curata male o in ritardo. Eppure di diabete ne soffrono oltre 400 milioni di persone adulte nel mondo e le stime per il futuro non sono incoraggianti: entro il 2040 ci saranno quasi 650 milioni di malati.
Per questo il diabete è al centro di una Giornata Mondiale, istituita nel 1991 dall’International Diabetes Federation e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che si celebra ogni anno il 14 Novembre. Per la GMD 2017 dal 6 al 18 novembre saranno almeno un migliaio in tutta Italia le iniziative legate alla conoscenza e alla prevenzione della patologia.

La Giornata ha il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero del lavoro e delle Politiche sociali, del Ministero della Salute, del Coni, della Croce Rossa Italiana, dell’Anci, e di Iapb, Onda e Sia, con la media partnership di Rai – Responsabilità sociale.

Una malattia subdola che colpisce 400 milioni di persone nel mondo; centinaia di eventi e screening gratuiti in tutta Italia

“Il tema della Giornata Mondiale del Diabete del 2017, così come indicato dalla IDF, è ‘Le donne ed il Diabete: il nostro diritto ad un futuro più sano’ – spiega Giovanni Lamenza, presidente di Diabete Italia Onlus, organizzazione che dal 2002 si occupa della campagna della GMD in Italia. Per tale motivo al centro della campagna ci sarà infatti il diabete gestazionale, ovvero quello che insorge durante una gravidanza. Un bambino su sette nasce da una madre cui è stato diagnosticato il diabete gestazionale. Inoltre le donne che soffrono di diabete sono circa 199 milioni nel mondo e due donne su cinque di quelle con diabete sono in età riproduttiva e pertanto intraprendono una gravidanza da diabetiche”.

“Per le donne in gravidanza, sia che soffrano già di diabete sia che lo manifestino durante l’attesa – dichiara Concetta Suraci, diabetologa e coordinatrice della Giornata – è necessario assicurare un migliore accesso alle cure e a percorsi educativi adeguati dato che il diabete durante la gravidanza può causare vari problemi, sia alla donna che al feto. Promozione della salute e diagnosi precoce del diabete devono far parte di ogni visita preconcezionale, ed è necessario effettuare lo screening per il diabete gestazionale in tutte le donne a rischio secondo i tempi e le modalità previsti dalle linee guida. Con la prevenzione e corretti stili di vita si può affrontare serenamente la gravidanza senza rischi per la salute della madre e del bambino”.

La maggior parte delle donne che ha presentato un diabete gestazionale alla fine della gravidanza ritorna alla normalità ma circa il 35% continua a presentare un elevato rischio di sviluppare un diabete di tipo 2 entro cinque – dieci anni; questa probabilità si riduce con un attento monitoraggio (la donna deve effettuare un test da carico dopo 6 settimane dal parto ed eventualmente ripeterlo nel tempo), con una corretta alimentazione e con l’attività fisica e se la mamma allatta il suo bambino.

“Il diabete gestazionale – afferma Stefano Cianfarani, Presidente della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica – è pericoloso anche per i figli: i bimbi nati da una madre che ha presentato questa patologia in gravidanza possono andare incontro a sovrappeso e obesità e se non seguono stili di vita adeguati potrebbero sviluppare un diabete di tipo 2 anche in giovane età. In ambito di prevenzione: è necessario educare i più piccoli ad uno stile di vita sano, abolendo le merendine e sostituendole con cibi sani e abituandoli fin da piccoli a svolgere attività fisica in modo regolare e combattendo la sedentarietà, ed in questo la scuola deve essere un alleato”.

Buone abitudini che devono però restare anche una volta adulti. “Un corretto stile di vita – ricorda Alessandro Palmieri, Presidente Società Italiana di Andrologia – può essere determinante per contrastare il diabete di tipo 2, che a differenza del tipo 1, una patologia cronica che colpisce indipendentemente dal sesso e dall’età, è maggiormente presente in età adulta e la sua incidenza aumenta con l’età anagrafica. La prevenzione quindi deve far parte della vita di ciascuno, nessuno si senta al sicuro”.

“Il diabete è una malattia in aumento, ma non tutti sanno che le donne sono particolarmente vulnerabili. Le Farmacie Comunali italiane, – afferma il presidente di Assofarm, Venanzio Gizzi – nel loro impegno di prossimità alla salute dei cittadini hanno accolto con entusiasmo la richiesta di collaborazione di Diabete Italia Onlus per la Giornata Mondiale del Diabete”. “Crediamo che le farmacie – continua il presidente Gizzi – debbano mettere la loro presenza sul territorio a disposizione di tutte quelle iniziative che mirano a rendere i cittadini più consapevoli e attenti ai corretti stili di vita. In alcuni casi abbiamo agito anche in prima persona, come ad esempio la recente campagna sui vaccini. Tutto ciò è in linea con la nostra idea di farmacia del futuro: un luogo in cui la distribuzione del farmaco è sempre più integrato con servizi di consulenza sanitaria, di cui la comunicazione preventiva è parte essenziale”.

Tutte le informazioni sulla Giornata e le iniziative correlate, nonché informazioni sugli screening nelle varie regioni sono consultabili sul sito dedicato http://www.giornatadeldiabete.it/ 

Facebook https://www.facebook.com/giornatadeldiabete/

salute

Cellule staminali perché conservarle

Uno dei dubbi più diffusi tra le coppie in attesa è quello legato alla conservazione o meno delle cellule staminali del cordone ombelicale del bambino al momento della nascita. Negli ultimi anni si parla tanto dell’ importanza della conservazione del cordone ombelicale ma spesso non si comprende a pieno il motivo di una scelta così onerosa (perché di primo impatto il costo è decisamente altino, ma analizzando bene la durata e la possibilità di utilizzo di tale pratica se ne può comprendere meglio il valore). Ma veniamo al punto: Perchè Conservare le Cellule Staminali del tuo Bambino? Sempre più famiglie scelgono di conservare le cellule staminali del sangue del cordone ombelicale e del tessuto del tratto anatomico del cordone. Proprio oggi mi è  arrivato il kit, e si anche io ho scelto di conservarle per il mio secondo bambino (avevo organizzato la conservazione anche per il primo ma è nato prematuro e non era ancora attiva la pratica, così fummo costretti a rinunciare).  

Attualmente le cellule staminali prelevate dal sangue del cordone ombelicale vengono impiegate per il trattamento di 80 patologie del sangue tra cui leucemie, linfomi e anemie. Nel mondo si sono ormai superati i 30mila trapianti di cellule staminali cordonali. 

Ma le staminali cordonali si rivelano strategiche anche in nuove aree di #medicinarigenerativa: per potenziali trattamenti nelle lesioni del midollo spinale, nella paralisi cerebrale, nell’autismo, nel diabete di tipo 1.

Il parto è l’unica occasione in cui è possibile prelevare le cellule staminali in modo semplice e veloce e preservarle per un eventuale terapia in futuro.

Ecco alcuni motivi per cui vale davvero la pena investire sul futuro dei nostri figli:

  • Le cellule staminali conservate al momento della nascita sono considerate “più giovani” e di migliore qualità rispetto a quelle raccolte negli anni successivi. Il sangue cordonale rappresenta una ricca fonte di cellule staminali.
  • Corrispondenza autologa garantita.
  • I fratelli potrebbero beneficiare dello stesso campione: tra fratelli c’è una possibilità su quattro di perfetta compatibilità (25%). E’ tuttavia possibile aumentare la possibilità di utilizzo terapeutico nel caso di un simultaneo uso trapiantologico di ulteriori campioni provenienti da donatori parzialmente compatibili.
  • Dal momento della conservazione del sangue cordonale, il campione è immediatamente disponibile.
  • Il campione resta di proprietà del bambino sotto la tutela dei genitori.
  • Il sangue del cordone ombelicale è una fonte di cellule staminali che è già stata utilizzata per trattare molte malattie di origine maligna e non, e che possono essere trattate per mezzo di un trapianto di midollo osseo.
  • Le cellule staminali mesenchimali presenti nel tessuto del cordone ombelicale sono promettenti nel campo della terapia cellulare e nella rigenerazione tissutale.

Le cellule staminali sono troppo preziose per essere gettate via.

Al giorno d’oggi, circa il 90%-95% del sangue cordonale viene gettato dopo la nascita come un rifiuto speciale, sprecando letteralmente un prezioso materiale biologico dalle enormi potenzialità terapeutiche che può salvare la vita.

La conservazione può avvenire presso una banca di cellule staminali pubblica o privata; le cellule staminali possono, in alternativa, essere messe a disposizione della ricerca. 

La conservazione del sangue cordonale non comporta problematiche religiose o politiche e non sottopone ad alcun rischio né la madre né il nascituro ed è una scelta proiettata nel futuro, volta a garantire ai propri figli il possibile accesso alle terapie di oggi e di domani. 

Ma veniamo al punto dolente: il costo.

Questa operazione ha un costo variabile a seconda delle agenzie a cui ci si rivolge tra i 2000 e i 3000 euro, non certo uno scherzo. Ma parliamo di una spesa che è legata alla salute del nostro bambino e a quella di tutta la sua famiglia (genitori, fratelli, sorelle) e che impegna la conservazione per ben 25 anni. Solitamente, inoltre, la somma può essere rateizzata fino a 24 rate, riducendo così notevolmente la spesa iniziale. Insomma di motivi per fare questa scelta ce ne sono tanti, e anche di agevolazioni. Potete anche scegliere di non conservare il cordone, ma donarlo alla scienza. L’importante è che queste cellule non vengano gettate via.



Fonti scientifiche: CryoSave

salute

Faber test: un solo esame per 244 allergie 

Troppo spesso si parla di allergia senza sapere davvero di cosa si stia parlando. Mille prick test e esami del sangue eppure una diagnosi chiara e sicura resta spesso solo un miraggio.

Purtroppo nella mia casa la parola allergia è tra le più usate. Ognuno dei componenti è reattivo a qualche allergene e sopratutto mio figlio ha una allergia multipla molto complessa. Per noi una diagnosi chiara ed esatta è essenziale, come poi per tutti.

Così dopo anni di andirivieni tra i vari ospedali locali siamo arrivati a trovare un test nuovo, ultratecnologico e di facile e rapida esecuzione, un test in vitro per misurare le IgE specifiche nel siero o plasma umano: il Faber Test.  Ora abbiamo davvero un quadro chiaro e completo di questa allergia, e la conoscenza allontana la paura e aumenta la consapevolezza.

Il sistema di test FABER è un prodotto dell’esperienza combinata di esperti nel campo della diagnostica multi-parametrica, della biochimica delle proteine, dell’information technology e della diagnosi clinica con i più innovativi test immunologici multi-parametrici.

La tecnologia in corso di brevettazione su cui è basato il test FABER è stata sviluppata da MacroarrayDx. Centinaia di molecole allergeniche purificate e di estratti allergenici Continue reading “Faber test: un solo esame per 244 allergie “